Dal 1987 ad oggi le strategie alimentari del medico francese Michel Montignac per perdere peso sono state seguite da oltre 3 milioni di persone. È in uscita il nuovo libro “Eat Yourself Slim”, che come sempre farà discutere.
Potrebbe il XXI secolo segnare la fine della dieta? “Speriamo di sì!”, dice il famoso “ammazza grasso” Montignac. Dal momento della pubblicazione del suo metodo nel 1987, ha avuto un grande seguito tra attori, reali, stilisti, chef di livello mondiale e milioni di persone comuni. Prima che arrivassero i best-seller americani sulle diete, la sua “bibbia anti-dieta” mise in discussione la scienza tradizionale sul dimagrimento.
Errori di alimentazione
Il suo programma fu il primo a focalizzarsi sui livelli di insulina e sulla
velocità con cui i carboidrati vengono assorbiti attraverso le pareti intestinali.
“Il mio metodo non è una dieta”, dice Montignac, “è un riesame degli errori
di alimentazione commessi per decenni. È uno stile di vita da seguire per
tutta la vita, che aiuta a riacquistare vitalità e risolvere problemi cronici
di digestione e sovrappeso”.
Nel nuovo libro Montignac critica l’idea di basare la perdita di peso sulla dieta ipocalorica, dominante da oltre mezzo secolo, definendola “il consiglio più ingannevole del XX secolo”. Secondo gli studi, meno del 5% delle persone che seguono una dieta ipocalorica riesce a mantenere la perdita di peso nel tempo. I dietologi sanno che le diete tradizionali non funzionano, ma continuano a prescriverle a milioni di persone.
Meno calorie, più grasso
Il paradosso di assumere meno calorie ed ingrassare ha molti esempi storici.
Forzare il corpo a lavorare con meno energia porta ad un adattamento metabolico.
Montignac cita i campi di concentramento, dove i prigionieri sopravvivevano
con meno di 600 calorie al giorno. Più tardi, molti di loro divennero obesi
perché il metabolismo si era adattato. Studiò anche i monaci adulti, che pur
mangiando circa 1400 calorie al giorno, alternando digiuni e pasti normali,
sviluppavano problemi metabolici.
Diabete e obesità
Negli ultimi decenni molti studi hanno dimostrato che non esiste un legame
diretto tra introito calorico medio e obesità. La soluzione risiede nella
risposta insulinica al cibo e nella velocità di assorbimento. Già nel 1976
il diabetologo P.A. Crapo osservò che non tutti i carboidrati hanno lo stesso
effetto sulla glicemia, introducendo il concetto di Indice Glicemico (GI).
La scala glicemica
In una scala da 1 a 100, verdura, fagioli, frutta e cioccolato fondente al 70%
si collocano nella parte bassa, mentre patate, cereali raffinati e succhi di
frutta ricchi di glucosio sono nella parte alta. Più è alta la glicemia, più
insulina serve per riportarla alla normalità. Montignac sospettò che l’obesità
fosse il risultato dell’iperinsulinismo, causa e non conseguenza dell’aumento
di peso.
Ad esempio, 500 calorie di patate e 500 di lenticchie non hanno lo stesso effetto: con le patate l’80% dell’amido viene assorbito rapidamente, causando picchi di glicemia e insulina e favorendo l’accumulo di grasso. Con le lenticchie solo il 20% dell’amido viene assorbito, con un innalzamento moderato della glicemia.
L’autoesperimento
Montignac provò la sua teoria su se stesso: nutrendosi di cibi a basso indice
glicemico, con 3 pasti abbondanti e anche cioccolata e vino, perse 15 kg in
3 mesi senza limitare l’apporto calorico. Studi successivi confermarono i benefici
del metodo: riduzione dell’appetito, perdita di peso superiore rispetto ad altre
diete e diminuzione del rischio cardiovascolare. Ricerche di Harvard hanno
concluso che il consumo di cibi ad alto indice glicemico favorisce obesità,
diabete e malattie cardiovascolari.