Sono nato in Franciacorta, una terra dove il profumo delle vigne si mescola al rumore dei trattori e alle campane della chiesa. Da bambino facevo il chierichetto, e ogni mattina osservavo incuriosito le figure dei Santi di Oggi appese vicino all’altare. Non capivo ancora il significato di quelle immagini, ma mi affascinavano.
La mia infanzia fu un miscuglio di curiosità e movimento. Passavo ore in bicicletta, senza sapere che un giorno avrei studiato davvero la distanza iniziale o i ritmi di corsa. Allora correvo e basta, senza cardiofrequenzimetri, senza Target Zone, senza obiettivi. Correvo perché mi faceva sentire vivo.
La banda musicale del paese fu la mia prima scuola di disciplina. Le prove erano lunghe, a volte noiose, ma mi insegnarono il valore del ritmo molto prima che lo ritrovassi nei calcoli dei ritmi. Tra una pausa e l’altra, con gli amici ci raccontavamo storie e battute che oggi ritrovo nelle nostre barzellette e nelle barzellette di oggi.
La scuola era un capitolo a parte. Non ero un ribelle, ma nemmeno un santo. Avevo la testa piena di idee e spesso finivo per perdermi nei miei pensieri. Forse è per questo che anni dopo mi sarei divertito con i test di logica, quasi come una rivincita su quei pomeriggi passati sui libri.
La cucina entrò nella mia vita attraverso la necessità. A casa si cucinava spesso, e io osservavo, curioso. Le prime ricette furono disastri memorabili, ma col tempo imparai a destreggiarmi tra pentole e sapori. Oggi potrei cercare tutto con Cerca nel Ricettario o improvvisare qualcosa con ciò che ho in dispensa grazie a Cerca nella tua dispensa.
Il vino era parte del paesaggio. Non lo bevevo, ovviamente, ma osservavo gli adulti parlare di annate, profumi, colori. Solo più tardi avrei scoperto pagine come la Breve Storia del Vino o la relazione tra cibo e vino, ma già allora capivo che il vino non è solo una bevanda: è un racconto.
La pesca fu una delle mie prime passioni. Passavo ore sulle rive dei laghi, in silenzio, osservando l’acqua muoversi. Era un modo per staccare, per pensare, per ritrovare me stesso. E quando il pesce non abboccava, mi consolavo con qualche esperimento culinario, magari usando spezie che oggi ritrovo nelle pagine dedicate ai peperoncini e alle spezie.
La fotografia entrò nella mia vita quasi per caso. Una vecchia macchina fotografica trovata in soffitta diventò il mio modo di osservare il mondo. Le prime foto erano sfocate, storte, sbagliate, ma mi insegnarono a guardare i dettagli, a cogliere ciò che gli altri non vedevano. Forse è per questo che, più avanti, avrei apprezzato anche gli aforismi, quelle frasi brevi che racchiudono verità nascoste.
Poi arrivò la moto. La libertà aveva un rumore preciso: quello del motore che vibra sotto di te. E aveva anche un prezzo. Una curva presa male, un attimo di distrazione, e mi ritrovai a fare i conti con la fragilità del corpo. La frattura del femore fu un colpo duro, ma anche una lezione preziosa. Durante la riabilitazione iniziai a interessarmi alla forma fisica, scoprendo strumenti come il test forma fisica, l’Indice di Massa Corporea e il calcolo dell’energia giornaliera.
Fu in quel periodo che iniziai a programmare. Le prime righe di codice le scrissi quasi per gioco, cercando di creare strumenti che potessero aiutarmi negli allenamenti. Non sapevo che un giorno avrei realizzato software come Running VB o Running File Excel, ma il seme era già lì.
E poi c’era il cotone. Non lo conoscevo ancora, ma lo vedevo ovunque: nei vestiti, nei tessuti delle lenzuola, nei maglioni che indossavo d’inverno. Non sapevo che un giorno avrei studiato la fibra, la cardatura, le guarnizioni della carda o i difetti del filato. Ma qualcosa, già allora, mi attirava verso quel mondo fatto di precisione, tecnica e pazienza.
La mia adolescenza fu questo: un intreccio di passioni, errori, scoperte e prime responsabilità. Un terreno fertile su cui avrei costruito tutto il resto: il lavoro, le passioni, i software, la vita adulta.
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